Verità e manipolazione … “Che cos’è la verità?” mi verrebbe da dire come un Pilato che non riesca mai a liberarsi di un Gesù che lo perseguita, giorno e notte, distruggendo come un’ombra pallida anche i suoi sogni.
La verità dovrebbe essere sempre e soltanto verità, ma le sue molteplici interpretazioni – attraverso i passaggi della storia, gli ideali religiosi, le diverse filosofie e le modificazioni temporali che, giocoforza, modificano le etiche, i punti fermi, persino le coscienze – ci restituiscono cento, mille, innumerevoli verità: vere per quel contesto e spesso – troppo spesso – vere anche individualmente parlando. Tanti ed identificabili in tutti i campi d’azione, gli esempi della “personalità multipla” della verità che, pertanto, più di ogni altra cosa, si presta ad ogni sorta di manipolazione.
Ho ritenuto opportuno selezionare un esempio che ritengo particolarmente “calzante”. Mi riferisco ad un’opera teatrale – definita a torto “minore” ed assai poco conosciuta – come IL DIO KURT di Alberto Moravia. Le teorie – che purtroppo divennero fatti e di quale portata! – nazionalsocialiste mi paiono, infatti, quali camaleontiche regine del trasformismo e del falso ideologico, un esempio esplicativo e nel contempo eclatante di quanto la verità può essere piegata, distorta, manipolata appunto, per poi restituirla con un aspetto nuovo, persino accattivante nella sua dignità di presunta verità: ne IL DIO KURT è proprio questo che avviene.
Lo spietato Kurt – comandante di un campo di concentramento in Polonia – procede infatti ad una particolare forma di manipolazione che vuole arrivare a ribaltare alcune verità ritenute da sempre sacre ed inviolabili. Nella fattispecie: l’istituzione della famiglia.
La finzione di cui si serve infatti altro non è che la traslitterazione – nei tempi a lui contemporanei e nei luoghi in cui lui stesso ed i suoi stolti camerati si trovano a vivere – dell’Edipo Re di Sofocle e la “manipolazione” che, ai suoi fini, attua è quella di servirsi per la realizzazione di quell’antica tragedia, di personaggi “veri” che – inconsapevoli – verranno costretti a rivivere realmente quel fosco dramma.
Gli “attori” saranno infatti una famiglia di deportati ebrei – Saul/Edipo, il figlio; Samuele/Laio, il padre; Myriam/Giocasta, la madre – e proprio Saul, completamente all’oscuro di ciò che si sta tramando alle sue spalle, verrà costretto da Kurt ad uccidere suo padre e ad accoppiarsi con sua madre, soltanto per dimostrare – ad uso di esperimento scientifico/culturale – quanto i vincoli famigliari siano in realtà costituiti e basati su semplici pregiudizi e supportati soltanto da una falsa etica …
“Falsa ed ingannevole quanto qualsiasi etica”, sostiene Kurt. La logica di Kurt – demiurgo e “Fato” in questa fosca vicenda – è comunque inoppugnabile e, come ho già detto precedentemente, restituisce una verità manipolata, ma pur sempre verità che, come un Giano bifronte, mostra due facce, entrambi attendibili.
La tragedia nella tragedia – al di là del finale che, a questo punto, non ha più quasi alcun significato – si serve per la sua vera conclusione di ben due immagini simbolo che fungono anche da catarsi rovesciata: il ruolo dell’attore – qualunque attore – che recitando manipola una verità che finisce comunque per non appartenergli e da cui può prendere le distanze (n.d.r. “Dio Kurt, Atto secondo: <Quest’Edipo non ha ucciso suo padre, non si è giaciuto con sua madre; eppure, al tempo stesso, ha ucciso tutti i padri e si è giaciuto con tutte le madri, dai tempi del mito greco ad oggi.
Quest’Edipo, adesso, signori, dirà la sua verità, vi metterà di fronte alla sua
realtà …>) e l’abete natalizio, che scintilla festoso e carico di significati evocativi all’interno della sala ufficiali, mentre l’altro abete – manichino di morte – s’intravvede dalle finestre, con i corpi degli ebrei impiccati che penzolano cupamente dai rami. Che Kurt abbia ragione?
Myriam Ambrosini
*Invito a conoscere questo testo complesso ed originale e che, soprattutto, offre molto materiale per riflettere.
