Inquietudine esistenziale
Sono qui, ma vorrei trovarmi là.
E’ adesso, perché invece non è ieri?
Perché piovon piaceri e dispiaceri
d’imperscrutabile casualità?
Di contingenza e di necessità
testardamente percorro i misteri
sempre sperando di trovar sentieri
per l’intervento della volontà.
Ma poco senso ha questa malintesa
ricognizione, e da buon empirista
dovrei lasciar da parte ogni pretesa;
ma non so non pensarci, e mi rattrista;
ora in specie che sono qui, in attesa,
nella sala d’aspetto di un dentista.
Sonetto tratto da L. F. Conti aperti con il Mondo, YCP, 2020
Il sonetto ha avuto spesso una veste aulica e contenuti alti e raffinati. Tuttavia, almeno dal tempo di Cecco Angiolieri si è sviluppata anche una versione più popolare, in forma non raramente dialettale, volta al gioco, allo scherzo, alla satira e alla polemica. In questi tempi così difficili, in cui si avverte il bisogno di qualche conforto, ho pensato di proporre in questa rubrica un intermezzo costituito da sei sonetti “popolari”, in cui satira, gioco e polemica sono espressi con garbo, umanità e intelligenza. L’ultimo dei sei sonetti l’ho scelto anche per la sua inquietante attualità.
Gli autori sono quattro, due romani (Belli e Trilussa) e due toscani (Giusti e Fucini).
Ho premesso, secondo lo schema usuale, un mio sonetto, di carattere scherzoso. Chiedo venia.
Giuseppe Gioacchino Belli 1791-1863
ER BOJA
Er guajo nun è mmica che cqui oggn’anno
Ar Governo nun fiocchino proscessi:
Li delitti, ppiú o mmeno, sò l’istessi,
E, ppe ggrazzia de Ddio, sempre se fanno.
Ecchelo er punto indove sta er malanno:
Che mmó li ggiacubbini se sò mmessi
Drent’a li loro scervellacci fessi
Ch’er giustizzià la ggente è da tiranno.
Nò cc’abbino li preti st’oppiggnone:
Sempre però una massima cattiva,
Dàjje, dàjje, la fa cquarch’impressione.
E accusí, ppe llassà la ggente viva
S’innimmicheno er boja, ch’è er bastone
De la vecchiaja de li Stati. Evviva!
Giuseppe Giusti 1809 -1850

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I PIU’ TIRANO I MENO
Che i più tirano i meno è verità,
Posto che sia nei più senno e virtù;
Ma i meno, caro mio, tirano i più,
Se i più trattiene inerzia o asinità.
Quando un intero popolo ti dà
Sostegno di parole e nulla più,
Non impedisce che ti butti giù
Di pochi impronti la temerità.
.
Fingi che quattro mi bastonin qui,
E lì ci sien dulgento a dire: Ohibò!
Senza scrollarsi o muoversi di lì;
.
E poi sappimi dir come starò
Con quattro indiavolati a far di sì
Con dugento citrulli a dir di no.
Renato Fucini 1843 -1921
ERCOLE
Ah! dell’occhio ‘un è nulla: e ‘na frussione;
Lo disse anco una donna ar mi’ marito:
Dice che cor cambia’ della stagione
Sia ‘r bollore der sangue ‘nviperito.
Ah! questo ar collo? questo ‘vi è ‘n bubbone,
Viene dall’esse’ ‘n po’ troppo nutrito;
Lo tasti sotto, senta che pancione!
E’ tutto cibo che nun è smartito.
E così la gran forza der bollore
Der gran sangue fooso ‘n movimento,
Si sa, si sfoga ‘n grandule e ‘n calore
Sente?… ha sentito? ha fatto un po’ di vento;
E parla ‘iaro, sa, questo fetore!
Esce ‘r cattivo e resta ‘r bono drento.
ER SAGRIFIZIO D’ISACCO
Abramoo. Mi ‘omanda, Onnipotente?
Se domattina ‘r tempo si rifà,
Piglia Isacco e una sciabola tagliente…
Ho bell’ e ‘nteso, me lo fa ammazza’!
Ci hai dato drento! Scusi… nun per niente…
Ma creda mi rincresce ‘n verità…
Lei vòr vede’ ‘r su’ servo s’è ubbidiente…
O cos’occorre? o tanto o che ‘un lo sa?
A quella rispostaccia ‘r Principale,
Dice, ‘ni rivogò ‘n tar pedatone
Da lassànnici drento lo stivale.
E allora Abramo, ‘ntesa la ragione,
Se n’andò via ‘n tralìce, dar gran male,
A da’ di rota ar vecchio sciabolone.
Trilussa (Carlo Alberto Salustri) 1871 -1950
A LINA
Lina, te credi, perché m’hai piantato,
che me sucìdi e te ciariccomanni?
Nun te ce sta’ a pijà tutti ‘st’affanni,
ché nu’ lo fo’ ‘sto passo disperato.
Io nun m’ammazzo manco se me scanni:
doppo anneressi a di’ p’er vicinato
che p’er grugnetto tuo ce s’è ammazzato
un giovenotto de ventiquattr’anni!
Così diventeressi interessante
a la barba d’un povero regazzo,
e te aritroveressi un antro amante…
Ma co’ me nun se fanno cert’affari!
Piuttosto dò a d’intenne che m’ammazzo
per causa de dissesti finanziari.
LA STRETTA DE MANO
Quela de da’ la mano a chissesia
nun è certo un’usanza troppo bella:
te pô succede ch’hai da strigne quella
d’un ladro, d’un ruffiano o d’una spia.
Deppiù la mano, asciutta o sudarella,
quanno ha toccato quarche porcheria,
contiè er bacillo d’una malatia
che t’entra in bocca e va ne le budella.
Invece, a salutà romanamente,
ce se guadagna un tanto co’ l’iggene
eppoi nun c’è pericolo de gnente.
Perché la mossa te viè a di’ in sostanza:
— Semo amiconi… se volemo bene…
ma restamo a una debbita distanza.
