È la volta, oggi, di un giovane poeta già ospite della nostra rivista in diverse occasioni. Un tratto stilistico originale, il suo, che si contraddistingue, nello specifico in questa poesia, per il tratto altamente metaforico nel descrivere un particolare personaggio in un paese immaginario. Fa pensare ai cantastorie o alle canzoni di De Andrè quando tratteggia situazioni di lotta per sopravvivere al male. Spesso, pur non assumendo i tratti canonici della poesia, si possono manifestare le proprie idee e i propri ideali e lo stesso autore, nella chiusa, termina con un accenno di speranza che allenta la tensione di ricerca insita nell’uomo. [M.R.Teni]
Questo è il racconto di un paese lontano,
di un re selvaggio, di una belva e di un beffardo.
Di quel mago seduto sul quel trono
che la storia spaccia per buono.
Di ombre e sussurri, di assassini del buio più scuri,
di morti lacerati da corvi
e di notti i saggi lapidati come topi.
Di questi corpi i figli del male bevono,
il sale sulle ossa
in quella tomba che non è, sembra una fossa
nascosti dietro una somma per la comunione
non è l’unione che fa la forza
ma la volontà di dominare, l’avidità
il potere che dà quel trono
che l’uomo può chiedere perché ora può sedere.
Ma il re non è morto, vive nel ricordo
di chi lotta per un mondo nuovo
e di chi vive per veder arrivare quel giorno.
Le mura cadranno, terre tremeranno
nel silenzio della gente persa nell’ozio
in un vagare senza metà
alla ricerca perpetua di questa vita imperfetta
uno scopo.
Troveranno solo ciò che gli spetta.
L’ora è giunta l’annuncia la tempesta
crederanno la vittoria un miraggio
ma è per pochi la gloria se non c’hai coraggio.
Come la fenice dalle ceneri risorge
tu dal caos rinasci e riprendi a mordere
compagna fedele di questo re crudele
perso nel viaggio d’una giungla d’incanto
eccolo! il selvaggio, d’innanzi a te m’inchino
ma ora sei incatenato.
Tutto è pronto per il suo ritorno
dal basso una cortina di fumo gli si leva contro
la belva le catene spezza, non ne resta che una sola
ma quel mago è un bastardo
nella disgrazia ha trovato un abbaglio,
ora agita all’aria quel sonaglio
come unica salvezza, un incantesimo disperato.
Ma il suo operato è tutto allo sbaraglio
la fatica di un parto, il travaglio
cade a terra sangue dal naso, un ultimo imbroglio
la bestia muore.
Una mano toglie la freccia che ha trapassato il cuore
il veleno sulla punta luccica al sole
il vento si alza, la polvere si mischia al sangue
una voce squarcia il cielo
sembra un grido, un pianto veloce
di un dolore atroce nascosto dietro un velo.

