
Proponiamo oggi un giovane autore, Matteo Gabbi, che propone un suo racconto intitolato “Il Bar Mitzvah degli insicuri”, imperniato sull’immagine dell’età della giovinezza che fugge e lascia spazio ai doveri assillanti dell’età adulta. Per questo brano, l’autore afferma di essersi ispirato in particolare alla tensione kierkegaardiana tra vita estetica e vita etica, e anche ai film più celebri di Woody Allen. Gli diamo il benvenuto e ne apprezziamo il talento, certi che lo seguiremo nel suo percorso letterario.
IL BAR MITZVAH DEGLI INSICURI
Primo quesito fra i tanti: riuscirà mai uno scrittore, dotato di cuore, penna e parole, a narrare l’incanto della prima gioventù con sufficiente diligenza? Probabilmente no, se per diligenza intendiamo un requisito oggettivo, imparziale.
Difatti, egli, non disponendo di alcuna narrazione per così dire “fotografica”, finisce per inciampare in un compito spigoloso, meditabondo, talvolta sfociante nell’ovvio o nell’evocazione di nostalgie venefiche.
Di punto in bianco lo scrittore diviene ossessionato per la gioventù eterna e lì sono dolori.
Pertanto, onde evitare questo pericoloso disguido, mi limiterò a ricordare un sole vivace che, durante l’alba, va cercando il sonnecchiante, rammentandogli di amare la vita con il desiderio del picaro curioso, irriverente, impavido.
Non esito a supporre che una simile età, estranea a pause o introspezioni, equivalga di diritto ad un beneficio divino, tanto prezioso nella forma quanto fugace nella durata; d’altronde, com’è noto, i tempi fluiscono e, sfortunatamente, pure gli omaggi più degni di nota decadono come foglie d’Autunno.
Non è un caso che oggi, fissandomi minuziosamente allo specchio, nutro timore nella possibilità di scorgere capelli bianchi o il segno profetico di esiziali stempiature, ribattezzate “dolci radure” da mio padre, il quale, per l’esattezza, ne è un fedele testimone.
La triste verità mostra come sia necessario aggiungere ai recenti affanni una grave insonnia, scandita ogni notte da colpi petulanti a passo di giava, forse pugni alla porta, dei quali, tuttavia, la mano persiste nell’anonimato.
Sia chiaro lettore, io non mi reputo né un sognatore, né un sonnambulo, né tantomeno un pazzo capace di esibire fantasie bislacche; dunque, ciò che ti racconto deve corrispondere per necessità al vero, altrimenti, per una diversa necessità, le qualità demiurgiche di cui dispongo e la professione da impeccabile medico verrebbero dubitate.
Non facciamone però un melodramma esistenziale: ho 29 anni (30 a maggio), un lavoro, un appartamento accogliente e persino un cane dalla fedeltà perenne. Come ciliegina sulla torta troviamo Sara, mia compagna da quattro anni e oramai prossima a diventare madre di mio figlio.
Esatto, aspetto un bambino e il solo pensiero di ciò non fa che rabbrividire la coscienza più subdola recondita in me, poiché protesa verso il mantenimento di una vita delicata, imperturbabile nel quadro generale.
Lettore, invocando la tua empatia, ti supplico di non fraintendere le mie peripezie mentali: solitamente, districandomi fra le angustie della vita, non ergo mai me stesso come Pilato, uomo meschino e indifferente, lesto nel lavarsi le mani dai doveri precoci. La realtà risulta essere ben più complessa.
A differenza di Sara, fremente fin da subito, la mia sete a riguardo appare alquanto striminzita, ora ammaliata dal vizio dell’eterno fanciullino, ora circoscritta dall’asfissia dell’autoanalisi, del ripensamento, del dubbio.
Lettore, perdona il tono sedizioso, eppure, quando mai, educando la prole, un essere così misero gioirebbe nel venir additato come genitore “quasi” perfetto o imperfetto? Talvolta come colui che, in seguito a reciproci tradimenti e un divorzio straziante, da egoista qual è, fronteggia l’altro contendente, al fine di ottenere patria potestà sul figlio; oppure, forse in scenari ancor peggiori, come colui che fugge vilmente senza prendere commiato.
Dinanzi all’eventualità, il cuore gela nel petto.
Mi domando allora quale facoltà conservi la parola repressa in me, chi sia io per infondere retti ammaestramenti in merito al comportamento da perseguire. Nella scelta tra il pio Enea e il gaudente Paride, chi sono io!?
Nel frattempo, i pugni alla porta non accennano a rabbonirsi e, non conoscendone l’origine, la pena del sonno mancante si inasprisce.
Mozione d’ordine. Tempo fa fui invitato al matrimonio di Marco, l’amico più fedele che io abbia mai conosciuto. Tanto fedele da tramutare l’affetto per Sofia nella promessa di un amore eterno, e, presumo anche, nella speranza di una famiglia serena.
Di quei momenti ricordo perfettamente l’impaccio per le tautologiche formule di rito, gli opulenti rinfreschi successivi alla cerimonia e come ultimi, ma non per importanza, gli occhi della ragazza seduta nel tavolo a fianco, fulgidamente azzurri, lucenti come i capelli biondi che portava dolcemente sulla schiena.
Benché potesse destare l’ira invidiosa delle veneri più cristalline, lei appariva umile e disinteressata agli eccessi circostanti, giocando nel prato con i bambini più piccoli.
Sta scritto: “Chi è costei che sorge come aurora? L’han vista gli occhi e l’han detta beata, ne hanno intessuto le lodi.”
Nell’attimo dilaniato dall’eroismo e dal timore, mi avvicinai e avviai una timida conversazione. «Tu devi essere una delle innumerevoli cugine dello sposo!», esclamai in modo ironico, tenendo bene a mente la numerosità della famiglia di Marco.
«Perspicace!», rispose affabilmente lei, «Piacere, mi chiamo Alice e fra le sterminate cugine sono la più giovane. Ho compiuto diciott’anni il mese scorso.»
D’un tratto il fiato si fece corto e la saliva smise di dissetare la bocca eloquente.
Perché Dio genera fra gli esseri umani rapporti così sbilanciati in merito all’età e alla bellezza? Perché non ricorrere più semplicemente ad un’armonia simmetrica di base, scevra di imperfezioni e difformità?
Ciononostante, sacrificati, almeno per un momento, i quesiti sull’altare del mero piacere, ripresi impaziente il discorso.
«Ho notato che, come me, anche tu sopporti a stento queste circostanze tanto festose quanto capziose.», borbottai con furore polemico.
«Ebbene sì.», annuì fermamente lei, «Sicuramente sbaglierò, ma ad oggi considero il matrimonio un’istituzione troppo spesso avvezza ad incomprensioni spiacevoli. Da grande preferirei vivere un amore libero, non avvinghiato a codici o riti, che coltivi una felicità genuina. Tuttavia, ripeto, sicuramente sbaglierò.
Attento però, se parli con me, stai riconoscendo il mio diritto a voler sapere chi tu sia e sotto le parole che pronunci mi accorgo che ce ne sono altre che taci.»
«Cara Alice, tu sei perspicace questa volta! Trent’anni tra nove mesi, laureato con lavoro invidiabile, a casa tutti bene. Stai con lei da tre anni, pensando che fosse la donna della tua vita e andandoci a vivere insieme. Poi però sono passati i primi tempi, che passano sempre prima o poi. Non è un pensiero carino, ma hai iniziato ad annoiarti, hai sentito che ti iniziava a mancare qualcosa, ma cosa? Alice, questo sono io.» Riuscii finalmente a esplicare il gravoso fardello.
«I tuoi dubbi sono legittimi. Del resto, i giovani non sono mai stati buoni mercenari, necessitano sempre di una causa per cui combattere.» Le risposte di Alice cominciarono a mormorare dentro di me.
«Per caso pensi che, complice il mio dolore, io sia un guerriero esile, quasi amorfo?», domandai ansioso.
«Tu lo dici.», tuonò lei in modo laconico, «In ogni caso desidero solo ricordarti che l’importanza risiede nelle cause, ma le tue, sebbene presenti, appaiono ingannevoli, deteriorano la vigna della vita, il nocciolo della bellezza. Quando deciderai da che parte stare, il tuo mondo riavrà il suo colore.»
Neppure il maglione più caldo avrebbe riparato da un freddo tanto verace. Venni sedotto da parole estremamente lucide in merito alla mia condizione; dopodiché gli sguardi tra noi si accentuarono, ci baciammo e facemmo l’amore in mezzo al prato, dinanzi a fulgori celesti, gelosi per quanto si stesse palesando.
Ecco, quella fu nuovamente la notte del picaro errabondo, capace di ipotecare anche solo una sparuta parte del tesoro abbandonato amaramente in precedenza. Pensai quanto fosse gradito abbracciare per l’ultima volta agi suadenti, quali il piacere carnale, l’autonomia, il successo e il potere mondano.
“Habere non haberi. Lunga vita alla Cupidità dell’insicuro. Benedico Te, che mi porgi consiglio, di notte quanto esorti il mio cuore!”
Ora, permettendo alla nostalgia di divampare indisturbata, bacio Sara sulla guancia prima di andare al lavoro, prima di indossare nuove maschere, prima di dissimularne le spine, prima di ricadere nel tedio; purtroppo, al netto di evidenti discordanze, le circostanze del bacio di Giuda non furono poi così differenti.
Dunque, mi accorgo che quel disguido letterario, così evitato all’inizio del racconto, adesso avvolge il mio corpo in toto, non lasciandomi respirare.
Sono ben consapevole che, a detta dei molti, i miei comportamenti parrebbero atti inconsulti, perlomeno meritevoli di qualsivoglia biasimo e vituperio; tuttavia, mi diletta il pensare ad un mondo immune al giudizio, il quale dimora efferato ed esperto nell’arte della cecità tenace, o come si suol dire, l’arte della riluttante comprensione.
Solo ora, nel corso di un epilogo amaro, comprendo la vera natura del nemico accostato presso la porta, dei colpi maneschi: sono i Doveri che avanzano retti, imperterriti, coloro che incitano la vocazione umana da devoto adempiente.
Oramai, tra i meandri del dubbio lacerante, non mi resta che mendicare fraterno conforto e recitare a mani giunte un canto ignoto: “I fiori dei doveri appassiscono, giacendo scarabocchiati sotto la bramosia del piacere diletto. Seppur rinvigoriscano nell’eccessiva superbia, si affievoliscono nella perenne incertezza; giunti al tempo del raccolto, i frutti di questi permangono aspri. Madre, virgulto dimesso, poni sulle labbra degli accusatori ipocriti la compassione, guida i tuoi esuli figli nella valle di Nod, terra di fughe erranti. Nella veglia salvaci, nel sonno non ci abbandonare.”
Matteo Gabbi

ph Eleonora Mello
Matteo Gabbi, nato nel 2003 a Reggio Emilia, è uno studente di Lettere Moderne e adora scrivere. Coltiva passioni quali la politica, la geopolitica, la storia, la filosofia e la letteratura, e collabora già da tempo con alcune testate giornalistiche della sua città.
