
Il periodo che precede il solstizio d’inverno è solitamente ricco di pensieri che, ipotizzando un cambiamento nella luce oltre il giorno più buio dell’anno, non possono non tenere in considerazione gli aspetti negativi personali e sociali.Storicamente possiamo ricordare che in età ellenistica la nascita di Mitra , dio della luce, veniva celebrata durante il solstizio d’inverno, in contrapposizione al buio dell’inverno per riportare la primavera e che tra il 20 e il 25 dicembre nell’antica Roma si festeggiava il Dies Natalis Solis Invicti, un sole che di nuovo ritorna vincendo sulla notte .E il natale cristiano riprende questa tematica pur in maniera più spiritualmente più complessa dei riti pagani .Un aprirsi alla primavera e quindi un permettersi una rinascita o almeno un progetto di rinascita possibile.Ma costruire e ricostruire una speranza non sempre è facile specialmente quando i problemi sono oltre noi e le nostre possibili capacità.Lo sono per le attuali guerre che ci tengono a nord e a sud, attanagliati non solo all’ansia di un possibile allargamento dei conflitti ma anche alla pena per la sofferenze che la disumanità delle guerre infligge alle popolazioni e ai combattenti tutti.Ma lo sono anche per problemi culturali e comportamentali, come il patriarcato e il femminismo che oltre a rappresentare un significativa necessità di cambiamento sociale impongono a ciascuno di noi una riflessione attiva, cioè un chinarsi al dolore per rialzarsi con consapevolezze nuove .Chinarsi può anche significare volgere lo sguardo dentro e, con umiltà, cercarsi e sapersi tendendo a porsi con nuova luce rispetto a stereotipi culturali non più adeguat alle dinamiche della attuale società.Una ricerca di altra umanità che conosca l’amore senza possesso, la condivisione e, in un nuovo progetto, ricostruisca una connessione sociale persa nei metaversi e nei codici binari della rete .In termini di benessere questo insieme suggerisce il bisogno di una fase personale ( e perché no sociale e dai social ) di silenzio attivo per un meditare che si differenzi dal tacere,Termini la cui duplice complementarietà di significato tra l’ essere in silenzio e il tacere ci fa già intravvedere l’importanza della definizione concettuale, la sua complessità e, in relazione contestuale, la sua attualità.Se infatti il silenzio è stato ed è oggetto di speculazioni filosofiche e teologiche nonché psicologiche e letterarie attualmente assume anche il ruolo di bisogno di una umanità che, pur non globalmente, transita da profili antropologici preindustriali a industriali-consumistici-a quelli della espansione informatica.“Viviamo nel tempo del rumore. Il silenzio è sotto attacco” scrive Erling Kagge, ne “Il silenzio. Uno spazio dell’anima”.Un rumore caotico che ci sommerge con input non controllabili di parole, auto, pubblicità, suoni delle città, urla, avvisi sonori di scadenze, appuntamenti, segnali stradali, disegni sui muri, tutti insieme in una orgia di rumori tanto frenetica, invadente e incisiva nel nostro iperconnesso quotidiano che determina stress e spesso una dipendenza e una fobia, la c.d. nomofobia, che è la paura di rimanere disconnessi da un universo per molte parti fittizio dove esserci diventa solo apparire e apparire uno snodo pseudo-esistenziale.Una condizione che richiama la necessità di uno spazio-tempo di solitudine, riflessione e disciplina, ed in ultima analisi, di consapevolezza di sé.Alda Merini ci parla del silenzio come bisogno di tacere e ascoltare, di capire e capirsi.
“Ho bisogno di silenzio”
Ho bisogno di silenzio
come te che leggi col pensiero
non ad alta voce
il suono della mia stessa voce
adesso sarebbe rumore
non parole ma solo rumore fastidioso
che mi distrae dal pensare.
Ho bisogno di silenzio
esco e per strada le solite persone
che conoscono la mia parlantina
disorientate dal mio rapido buongiorno
chissà, forse pensano che ho fretta.
Invece ho solo bisogno di silenzio
tanto ho parlato, troppo
è arrivato il tempo di tacere
di raccogliere i pensieri
allegri, tristi, dolci, amari,
ce ne sono tanti dentro ognuno di noi.
Gli amici veri, pochi, uno?
sanno ascoltare anche il silenzio,
sanno aspettare, capire.
Chi di parole da me ne ha avute tante
e non ne vuole più,
ha bisogno, come me, di silenzio.
Pitagora invece insegnava ai discepoli della sua scuola a Crotone la disciplina del silenzio, attraverso rituali orfico-sciamamici, mirando a plasmare le menti dei discepoli verso una maggiore riflessività attraverso il controllo della parola. A lui è attribuita la frase “ il silenzio è la prima pietra del tempio della saggezza”Un uomo quello di Pitagora ascetico e lontano dalle certezza del cogito ergo sum cartesiano dove il pensiero è un atto fondativo del sé e nella capacità di pensarsi riconosce la prova del proprio esserci.Un pensiero però che, per riconoscere l’altro da sé, dovrà porsi il dubbio e nel dubbio accettare quel silenzio dell’ indicibilità che è l’a-priori della parola, la fonte dei nomi ( Heidegger ), della parola che accoglie e fa spazio sia all’altro da sé che all’altro in sé.Spazio al non conosciuto in sé e quindi alla possibilità di un dialogo interno al quale abbiamo bisogno di trovare uno spazio-tempo sia in noi stessi sia nel dialogo empatico ( il silenzio tra innamorati ) sia, infine, nel dialogo psicoterapeutico.Sul piano psicologico il silenzio è sia quello che abbiamo dentro che è popolato da pensieri che non riconosciamo e da emozioni che fluttuano così rapide ed evanescenti che spesso non riusciamo a cogliere, sia il silenzio che sperimentiamo nella relazione con le persone che ci stanno di fronte .Un insieme complesso mirabilmente colto da Emily Dickinson
Per oggi è tutto quello che ho da portare
Per oggi è tutto quello che ho da portare –
Questo, e insieme il mio cuore –
Questo e il mio cuore e i campi –
e i prati – tutto intorno –
Contali uno per uno – dovessi dimenticarmene io
qualcuno dovrà ricordarne la somma –
Questo, il mio cuore e le api, una per una,
che abitano il trifoglio.
Umberto Galimberti (1999) definisce il silenzio come: “una condizione della parola che senza l’intervallo del silenzio non potrebbe enunciarsi nel suo suono e nel suo significato”.Così come in una partitura musicale, la musica è fatta di note e di pause, il legame tra una nota e l’altra è dato proprio dalla pausa, l’armonia è un insieme di suoni prodotti ma anche un insieme di pause.Il silenzio è parte costitutiva della parola e quindi della comunicazione .Anzi, per dirla con Paul Watzlawick ,diventa uno dei 5 assiomi della comunicazione là dove viene ricordato che non si può non comunicare e che quindi qualsiasi esperienza umana dalla parola al gesto o al silenzio assume, nel rapporto con l’altro da noi, il valore di messaggio.Il silenzio quindi è una componente importante del colloquio che merita attenzione e deve essere ben conosciuta nelle sue espressioni, “ nei suoi significanti e significati “ ( Lacan ) cioè a quell’insieme emozionale, affettivo, razionale che costituendo il significato rimanda a quel significante che diventa parte e oggetto di empatia e ascolto del terapeuta.Il silenzio in generale ha significati molteplici che possono andare dalla tristezza alla gioia che ti lascia senza parole; il silenzio può essere legato ad uno shock, alla noia, al pudore, alla difficoltà di trovare o ritrovare un’area di linguaggio comune.Talvolta invece è difficoltà a procedere oltre per la paura di un giudizio dovuta ad un modello educativo o a una rigidità super egoica oppure può essere un silenzio che comunica una empatia, un sentirsi in intimità relazionale con l’attesa che quel silenzio sia colto e, in un contesto terapeutico, gli venga data parola . Il silenzio qui non è assenza di parole ma il limite estremo di esse e l’ascolto è la parola del silenzio. In psicologia e quindi in psicoterapia il silenzio è un messaggio polisemico, può essere quindi espressione di resistenza o attesa, desiderio di incoraggiamento, disponibilità all’accoglienza.o il potere del silenzio come dice Emily Dickinson
Temo un uomo di poche parole
Temo un uomo di poche parole
l’arringatore posso superarlo
il chiacchierone
posso intrattenerlo
ma colui che pondera
mentre gli altri spendono tutto ciò che hanno
di quest’uomo diffido
temo ch’egli sia un grande.
Si può tacere per prudenza, per riservatezza, per discrezione, per neutralità, per compiacenza, per avere tempo per pensare o ricordare, per recuperare ricordi o emozioni, per ascoltare o per predisporsi all’ascolto, per provocare o annichilire, per contrapposizione, per dispetto, per disprezzoRalph Greenson nel ‘58 ha distinto due tipi di silenzio: il silenzio come resistenza e il silenzio come comunicazione ai quali và aggiunto Il silenzio che ha bisogno della solitudine, non come isolamento e distacco dagli altri ma come un’esigenza di pura e semplice quiete. Un silenzio quest’ultimo che ha una potenza rigenerativa ormai accertata da anni da diversi studi scientifici. In sintesi: grazie al silenzio si rigenerano le cellule cerebrali e nella zona dell’ippocampo si sviluppano nuove cellule che possono diventare neuroni. Da qui l’aumento della memoria e della creatività, e anche delle capacità di apprendimento.E Watzlawick ci ricorda che anche il silenzio come resistenza è comunicazione.Il silenzio e il rientrare in se stessi per vedere ciò che non si era visto e rivedersi attraversa trasversalmente e longitudinalmente l’esistenza umana, quindi i vari campi dello scibile e le arti .Dalla musica alla poesia il silenzio ha un aspetto esteriore. La pausa evidente nell’ascolto musicale o nella recita di una poesia è lo spazio di silenzio che lascia una nota o una parola per traghettarne un’altra.L’aspetto interiore invece è più complesso e interessa aree del silenzio che hanno più finalità con la attesa, la cura della sensibilità fino alla intuizione e alla capacità di percepire intimamente la bellezza anche attraverso stati vicini alla meditazione. Gesualdo Bufalino ci dice che: “La parola è una chiave ma il silenzio è un grimaldello”, quello stesso con il quale Pablo Neruda mette in gioco la possibilità di darsi un tempo. Un tempo per un dialogo, un tempo nuovo.
Pablo Neruda
SILENZIO
Ora conteremo fino a dodici
e rimaniamo tutti quieti.
Per una volta sulla terra
non parliamo in nessuna lingua,
per un secondo fermiamoci,
non muoviamo tanto le braccia.
Sarebbe un minuto fragrante,
senza fretta, né locomotive,
saremmo tutti uniti
in un’inquietudine istantanea.
I pescatori del freddo mare
non farebbero male alle balene
e il lavoratore del sale
guarderebbe le sue mani rotte.
Quelli che preparan guerre verdi,
guerre di gas, guerre di fuoco,
vittorie senza superstiti,
si metterebbero un vestito puro
camminerebbero coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.
Non si confonda ciò che voglio
con l’inazione definitiva:
la vita è solo ciò che si fa,
non voglio saperne della morte.
Se non potemmo essere unanimi
muovendo tanto le nostre vite,
forse non far nulla una volta,
forse un gran silenzio
potrà interrompere questa tristezza,
questo non intenderci mai,
e minacciarci con la morte,
forse la terra c’insegnerà
quando tutto sembra morto
e poi tutto era vivo.
Ora conterò fino a dodici,
tu tacerai e io me ne andrò.
Cipriano Gentilino
