
Il 10 febbraio é il giorno del ricordo della disumana strage delle foibe di persone innocenti e dell’esodo giuliano-dalmata. Già in precedenza ho affrontato in più occasioni l’argomento e non voglio ripetermi anche quest’anno se non per una sola concessione inconfutabile: non ci sono stragi di serie A e serie B, le stragi, i massacri, i genocidi sono e restano CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ, assolutamente assurdi da giustificare attraverso filosofie, ideologie o danni collaterali che si voglia perché la vita umana é e resta sacra. Quest’anno mi voglio soffermare e riflettere sull’esodo di circa 300.000 persone che dalla Dalmazia, Friuli Orientale, Quarnaro e Istria sono dovute emigrare forzatamente a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Erano tutti di nazionalità e lingua italiana, nati in quelle zone menzionate e avevano una vita, un lavoro, le loro radici lì ove si costituì la Jugoslavia di Tito. Arrivarono nel territorio italiano con poche cose, accolti per metà con ostilità perché ne ravvisavano echi di una dominazione fascista mussoliniana, per metà accolti come disperati e letteralmente “cacciati” dalle loro case e dalle loro terre. Di fondo c’é a tutt’oggi, nonostante gli storici si avvicendino nel fare chiarezza, un equivoco di fondo: gli esuli erano italiani e come tali hanno subìto gli eventi socio-politici di quel periodo come tutti gli italiani. Con tutte le dinamiche e gli esiti avvenuti in patria italiana. Ma come hanno vissuto gli esuli quando sono arrivati in Italia?
In campi profughi come il Silos di Trieste e il campo di Fossoli dove alloggiavano in stanzoni comuni, senza adeguate condizioni igieniche con l’unica privacy di coperte che dividevano i diversi nuclei familiari. A causa del clima di avversione dovuto a ciò che il fascismo aveva perpetrato, vennero accolti con diffidenza e l’integrazione fu molto difficile.
Un triste episodio da ricordare fu “il treno della vergogna” il 18 febbraio 1947 a Bologna dove fece sosta il treno con gli esuli partiti da Pola e diretti in Toscana. I ferrovieri minacciarono uno sciopero generale perché pensavano che ci fossero fascisti che fuggivano dal paradiso socialista della Jugoslavia di Tito( Che per inciso stava attuando una pulizia etnica con tutte le prassi dei regimi dittatoriali Che poi si è verificato) , così un gruppo di manifestanti prese a sassate il convoglio e né la Croce Rossa né la Pontificia Opera di Assistenza poterono distribuire pasti caldi alle persone nei vagoni.
Molti bambini erano malnutriti e disidradati, per non dar loro il latte i manifestanti lo versarono sui binari. Il treno poi ripartí verso Parma per poi giungere a La Spezia. Oggi quel treno é dedicato al ricordo (Il Treno del Ricordo) e io direi anche della riflessione: la dittatura del regime fascista ha lasciato strascichi di odio in chi l’ha subita, tanto da rendere ciechi chi ad una realtà di patimento che è venuta a palesarsi solo dopo decenni. L’odio genera odio.
Anche questa, a mio parere, è una considerazione da tenere presente a futuro monito perché gli errori ci furono anche da parte del PCI che tenne un atteggiamento non completamente chiaro e un po’ ostile, verso chi appunto aveva vissuto le medesime avversità e tragedie.
Testi consigliati: “Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa” di Guido Crainz.
