
Nadia Anjuman è una giovane donna afghana che nasce a Herat, nel centro occidentale dell’Afghanistan, il 27 dicembre del 1980.La sua resistenza al regime talebano, attraverso la poesia, le costò la vita. Il 4 novembre 2005, ad Herat, Nadia Anjuman, poetessa, è morta massacrata di botte dal marito: aveva appena 24 anni e da 6 mesi era diventata madre di una bambina.Racconta di sé:«Da quando ho memoria di me so di aver amato la poesia. L’amore per la poesia e le catene di sei anni di schiavitù dell’era dei talebani, che mi avevano legato le gambe, hanno fatto sì che, appoggiandomi alla penna e zoppicando, componessi passi ed entrassi nel territorio della poesia. Tuttora, ogniqualvolta compongo un nuovo passo, sento il tremore della mia penna e con essa trema anche la mia anima. Forse perché non mi sento indenne, temo ancora di sdrucciolarmi lungo il percorso; è difficile la strada che ho davanti a me e i miei passi non sono ancora, abbastanza, fermi». Durante la metà degli anni Novanta, al potere ci sono i talebani e alle donne è vietata qualsiasi forma di istruzione, pubblica o privata. Pochissime sono le attività considerate lecite per le afghane, tra queste il cucito. Nadia ha 16 anni e si iscrive al circolo dell’Ago d’Oro, ufficialmente per partecipare a lezioni di sartoria. Il circolo è in realtà un luogo di resistenza clandestina, dove alle donne viene insegnata la poesia e dove le stesse donne possono, dunque, leggere testi proibiti e confrontarsi con i docenti che sono lì a rischiare, con le allieve, la vita. Viene dunque incoraggiarla a scrivere versi, a maturare il sogno di diventare una poetessa. Quando il regime talebano, cade nel 2001, Nadia decide di proseguire gli studi. Anjuman, infatti, è finalmente libera di proseguire le lezioni che fino a quel momento le erano state negate: si iscrive alla facoltà di Lettere di Herat nel 2001 stesso e si laurea appena un anno dopo. Nel 2005 esce la sua prima raccolta poetica, Fiore di Fumo. Ma il 4 novembre 2005 Nadia muore. La causa della sua morte è sicuramente da imputarsi a percosse multiple alla testa da parte del marito. Il pretesto pare essere stato una lettura pubblica di alcune poesie di Nadia, da cui nasce una lite furibonda tra i due. Il marito, ricercatore universitario della facoltà di Lettere, non approva la carriera artistica della moglie, la ritiene non consona per una donna. Per le autorità si tratterà di infarto o suicidio. In realtà la sua colpa è di essere una donna.
Non ho voglia di aprire la bocca
di che cosa devo parlare?
che voglia o no, sono un’emarginata
come posso parlare del miele se porto il veleno in gola?
cosa devo piangere, cosa ridere,
cosa morire, cosa vivere?
io, in un angolo della prigione
lutto e rimpianto
io, nata invano con tutto l’amore in bocca.
Lo so, mio cuore, c’è stata la primavera e tempi di gioia
con le ali spezzate non posso volare
da tempo sto in silenzio, ma le canzoni non ho dimenticato
anche se il cuore non può che parlare del lutto
nella speranza di spezzare la gabbia, un giorno
libera da umiliazioni ed ebbra di canti
non sono il fragile pioppo che trema nell’aria
sono una figlia afgana, con il diritto di urlare.
Nadia Anjuman
da Poesie scelte, Torino, Ed. Carta e Penna, 2008
