CulturaOltre14.com: processi di definizione identitaria e prospettive di sviluppo di una rivista letteraria digitale

Nel contesto della trasformazione digitale dei sistemi editoriali, le riviste letterarie online assumono un ruolo sempre più rilevante quali dispositivi di mediazione culturale, spazi di elaborazione critica e piattaforme di circolazione del sapere. In tale quadro, oggi la nostra rivista, a dodici anni dalla sua fondazione avrà un nuovo corso, deciso in accordo con Mariantonietta Valzano che mi affianca in questo progetto sin dalla sua nascita. Unendo le nostre forza, affrontando anche  un nuovo impegno economico, è nata CulturaOltre14.com. Questo risultato rappresenta un passo significativo di evoluzione da progetto culturale emergente a realtà dotata di una definita identità operativa e improntata ad una libertà di espressione e di pensiero, sempre nell’ambito di un approfondimento culturale che è sempre fondamentale per affrontare il nostro presente.

Dalla fase progettuale alla definizione di una fisionomia editoriale

Come molte iniziative editoriali nate in ambiente digitale, anche CulturaOltre14.com ha attraversato una fase iniziale caratterizzata da una fisiologica fluidità, durante la quale si sono progressivamente delineati orientamenti, metodologie e obiettivi. Tale processo ha condotto alla costruzione di una fisionomia editoriale riconoscibile, fondata su criteri di coerenza tematica, rigore critico e apertura interdisciplinare.

L’identità della rivista si configura, in particolare, attraverso:

  • la definizione di una linea editoriale stabile
  • l’attenzione alle dinamiche della contemporaneità culturale
  • la valorizzazione di voci emergenti accanto a contributi più consolidati
  • l’integrazione tra dimensione critica e produzione creativa

Consolidamento e strutturazione della piattaforma

Il raggiungimento di una chiara identità segna il passaggio a una fase di consolidamento, in cui la rivista si configura come soggetto editoriale strutturato. Tale evoluzione implica un rafforzamento delle pratiche redazionali e una maggiore sistematicità nella gestione dei contenuti.

In questa prospettiva, risultano centrali:

  • l’adozione di criteri selettivi più rigorosi
  • la pianificazione di una programmazione editoriale continuativa
  • il consolidamento di reti collaborative in ambito culturale
  • l’ottimizzazione delle strategie comunicative

La dimensione comunitaria come dispositivo culturale

Un elemento qualificante del progetto è rappresentato dalla progressiva costruzione di una comunità discorsiva, intesa come insieme dinamico di autori, lettori e collaboratori coinvolti nei processi di produzione e fruizione dei contenuti.

In tale ottica, la rivista non si limita a svolgere una funzione di pubblicazione, ma assume il ruolo di:

  • spazio di confronto critico
  • laboratorio di elaborazione culturale
  • piattaforma di interazione tra soggettività diverse

Linee di sviluppo e prospettive future

A partire dalle basi consolidate, CulturaOltre14.com si proietta verso ulteriori sviluppi, orientati all’ampliamento delle proprie funzioni e alla diversificazione delle modalità espressive.

Tra le principali direttrici evolutive si possono individuare:

  • l’articolazione di nuove rubriche tematiche
  • l’integrazione di linguaggi multimediali
  • l’attivazione di collaborazioni con istituzioni e realtà culturali
  • la promozione di eventi e iniziative in ambito digitale

L’esperienza di CulturaOltre14.com evidenzia come una rivista letteraria online possa progressivamente acquisire una propria autonomia e riconoscibilità, configurandosi come attore significativo nel panorama culturale contemporaneo. Il percorso di sviluppo intrapreso dimostra la possibilità di coniugare, anche in ambiente digitale, rigore scientifico, apertura partecipativa e capacità innovativa.

In tale prospettiva, CulturaOltre14.com si candida a divenire un osservatorio privilegiato delle trasformazioni culturali in atto, nonché un punto di riferimento per la riflessione letteraria e critica nel contesto contemporaneo.

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Border-Line: Ideologia e Libertà – a cura di Cipriano Gentilino

Viviamo l’esperienza attuale di un tempo che sta, ancora una volta per rompersi in un senso profondo e perturbante. Il tempo lineare del progresso, che dalla barbarie conduce verso la civiltà, dalla superstizione verso la ragione, dalla tirannia verso la libertà sembra puntare nuovamente all’indietro. Intorno a noi le guerre non sono più fantasmi ma sono la realtà di una Europa che si trova tra una guerra che oppone gli Stati Uniti e Israele all’Iran e ai Paesi del Golfo arabo e un’altra tra l’Ucraina e la Russia. Insieme alla guerra riemerge con forza la consapevolezza della fragilità di ogni ordine geopolitico che si illudeva di essere permanente. Tutto questo mentre in Italia, a pochi giorni dal 25 Aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo, un referendum chiama i cittadini a difendere la Carta costituzionale da derive che molti avvertono come autoritarie. E negli Stati Uniti, immaginati come luogo emblematico della ideologia liberale, il pensiero MAGA ha smesso di essere un fenomeno di protesta marginale per diventare un potere con una ideologia egemone, capace di ridisegnare l’immaginario collettivo di decine di milioni di persone. Di fronte a questi questi scenari può essere utile  una riflessione comune su che cosa è ideologia e in che rapporto sta  con la libertà? E che cosa resta, oggi, della promessa democratica? La parola ideologia  ha una storia travagliata. Coniata da Destutt de Tracy alla fine del Settecento per designare la scienza delle idee, fu usata da Napoleone come insulto verso gli intellettuali disincarnati, poi fu radicalizzata da Marx nella celebre formulazione della Deutsch Ideologie: la coscienza come riflesso delle condizioni materiali di produzione, come falsa coscienza che maschera i rapporti di forza. Da quel momento, il termine oscillò continuamente tra descrizione e condanna, tra strumento analitico e arma polemica. Tuttavia limitarsi alla critica marxiana sarebbe insufficiente. Antonio Gramsci infatti, nelle sue elaborazioni carcerarie, compì un passo ulteriore e decisivo: l’ideologia non è soltanto inganno delle classi dominanti, ma il terreno stesso su cui si combatte la lotta per l’egemonia culturale. Le ideologie sono visioni del mondo che organizzano il consenso, costruiscono identità collettive, danno senso al sacrificio e alla solidarietà. In questo senso, ogni movimento politico — anche quello che si proclama anti-ideologico è portatore di una propria ideologia, spesso tanto più potente quanto più si nega come tale. Hannah Arendt, nelle sue Origini del totalitarismo (1951), identificò nelle ideologie totalitarie del Novecento una struttura peculiare: la pretesa di spiegare tutto, di trasformare la storia in un processo necessario guidato da una legge ferrea come la lotta di classe per il marxismo-leninismo, la purezza razziale per il nazismo. Ciò che rendeva queste ideologie così distruttive non era soltanto la loro brutalità pratica, ma la loro chiusura epistemica: eliminando il dubbio, annichilendo la possibilità del pensiero critico, esse rendevano i loro adepti impermeabili all’esperienza e alla realtà. Oggi, a ottant’anni di distanza, quella struttura ritorna — travestita, frammentata, digitalizzata, ma riconoscibile nelle sue ossature fondamentali. Il pensiero MAGA e i progetti politici extra Usa che in esso si riconoscono non sono identici al nazismo ma condividono con le ideologie totalitarie del Novecento alcune caratteristiche strutturali come la costruzione di un nemico interno ed esterno, il culto del capo carismatico come incarnazione del volere del popolo autentico, la diffidenza sistematica verso le istituzioni di mediazione come parlamenti, giudici, stampa, scienza e infine  la nostalgia di una grandezza originaria da restaurare. In questa confusione data dalla disconnessione delle parti e dei patti emerge per una Europa prossima il problema della libertà e in maniera sempre più cogente quello della democrazia. Il rapporto tra ideologia e libertà costituisce in realtà uno dei nodi filosofici più complessi e fecondi della storia del pensiero occidentale. L’ideologia, intesa come sistema di idee e valori che mira a interpretare e trasformare la realtà, e la libertà, come aspirazione fondamentale dell’essere umano all’autodeterminazione, hanno intrecciato le loro sorti in un dialogo spesso drammatico, talvolta fecondo, sempre comunque problematico. Nel pensiero classico, Platone offre una prima riflessione sistematica sul tema. Nella Repubblica, il filosofo ateniese delinea una società ideale guidata dai filosofi-re, detentori della conoscenza del Bene. Qui la libertà individuale viene subordinata alla giustizia e alla verità, anticipando quel paradosso che attraverserà secoli di pensiero: la libertà può realizzarsi pienamente solo all’interno di un ordine razionale. La celebre Allegoria della Caverna suggerisce che la vera libertà consista nell’emancipazione dalle false credenze, un’idea che riemergerà in forme diverse nella storia successiva. Il XVIII secolo segna una svolta decisiva. Gli illuministi, da Voltaire a Rousseau, identificano l’ideologia del progresso e della ragione come strumento di liberazione dalle catene della tradizione, della superstizione e del dispotismo. La libertà diventa un diritto inalienabile, fondato sulla natura razionale dell’uomo. Tuttavia, già Kant mette in guardia: l’uso della ragione deve essere sempre pubblico e critico, mai dogmatico. La Rivoluzione Francese, figlia di queste idee, mostrerà tragicamente come un’ideologia emancipatrice possa trasformarsi in nuovo dogma, sacrificando la libertà concreta degli individui sull’altare della Libertà astratta. Per Marx la vera libertà, per Marx, può realizzarsi solo superando le ideologie borghesi attraverso la rivoluzione proletaria e l’avvento del comunismo. Paradossalmente, questa critica all’ideologia come strumento di oppressione genererà a sua volta nuove forme di ideologia totalitaria nel XX secolo. Il secolo scorso ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze estreme del rapporto tra ideologia e libertà. I regimi totalitari, di destra e di sinistra, hanno dimostrato come un’ideologia onnicomprensiva possa annullare completamente la libertà individuale in nome di fini collettivi assoluti. D’altro canto pensatori della Scuola di Francoforte, come Adorno e Horkheimer, hanno denunciato come anche le società liberali producano forme sottili di ideologia attraverso la cultura di massa e il pensiero strumentale. Con il pensiero postmoderno, da Lyotard a Foucault, si è assistito a una radicale critica delle grandi narrazioni ideologiche. La diffidenza verso qualsiasi sistema di pensiero totalizzante ha portato a valorizzare le differenze, le identità particolari, le micro-narrazioni. In questo panorama, la libertà sembra realizzarsi più nella decostruzione delle ideologie che nella loro affermazione. Tuttavia, questa posizione solleva nuove questioni: in assenza di visioni condivise del bene comune, la libertà individuale rischia di ridursi a mero arbitrio o di lasciare spazio a nuove forme di fondamentalismo come in concreto sembrano suggerire alcune posizioni dell’ideologia MAGA. Il rapporto storico tra ideologia e libertà si rivela quindi come un pendolo tra due estremi pericolosi: da un lato, il dogmatismo ideologico che soffoca la libertà in nome di verità assolute; dall’altro, un relativismo radicale che, negando qualsiasi orizzonte di significato condiviso, rischia di rendere la libertà vuota e impotente. La lezione che emerge dalla storia è forse questa: le ideologie diventano opprimenti quando pretendono di avere l’ultima parola sulla realtà; la libertà fiorisce quando le idee, per quanto forti, rimangono sempre suscettibili di essere messe in discussione. In questo equilibrio precario, in questa tensione creativa, si gioca ancora oggi il destino della convivenza umana e dei sistemi politici realmente democratici.

Cipriano Gentilino

 

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Le “righee” di Vittorio Veneto – di Silvio Valdevit Lovriha

Proponiamo oggi una poesia di Silvio Valdevit Lovriha, “Le “Righee” di Vittorio Veneto”, basata su un tradizionale gioco pasquale in uso a Ceneda, Serravalle, Vittorio Veneto  e Meschio, riproposto annualmente durante il periodo pasquale per valorizzare le usanze locali, coinvolgendo adulti e bambini con uova sode, a volte decorate, lanciate su appositi tracciati. Così descrive l’autore:« Venivano costruite per la Pasqua nei vari cortili . Erano fatte di creta, più  o meno grandi, a forma di uovo. Il gioco consisteva nel far scivolare nella “righea” il proprio uovo sodo colorato, cercando di colpire quelli depositati degli altri giocatori. Se si centrava il bersaglio si otteneva le 5 o10 lire e si aveva il diritto di fare un altro tiro. Poi bisognava mettersi in coda per il  nuovo turno. Era importante avere anche uova sode a punta perché arrivassero da tutte le parti. Giocavano uomini e donne, anziani, ragazzi e bambini. Le “righee” venivano usate almeno per altre due domeniche dopo la Pasqua.

Le “righee” di Vittorio Veneto

Ogni borgo fea la so righea

era una gara a chi la fa pi bea.

Se lavorea par temp, senza sosta,

a Serraval, a Pieve e a Costa.

Dae moneghe in Domo la pi granda,

fatta se dis, a quel che pare,

co la creda pi bona,

quea del Monte Altare.

Omeni e femene, zoveni e veci

tutti a zogar coi duri colorati ovi

attenti che i restasse boni, come novi.

Intanto che i ovi se rodoea par la righea

se fea do ciacoe e, contenti, se ridea.

Silvio Valdevit Lovriha

 

Ogni borgo faceva la sua “righea”

era una gara a chi la faceva più bella.

Si lavorava per tempo, senza sosta,

a Serravalle, a Pieve e a Costa.

Dalle monache in Duomo la più grande

fatta, si dice, a quel che sembra

con la creta più buona,

quella del Monte Altare.

Uomini e donne, giovani e vecchi

tutti a giocare con le uova sode colorate

attenti che non si rompessero, che restassero come nuovi.

Intanto che le uova rotolavano nella “righea”

si facevano due chiacchiere e, contenti, si rideva.

Silvio Valdevit Lovriha

Pubblicata sul libretto “Poesie sociali e politiche”.

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“Pasqua e 25 aprile: cosa resta della rinascita in tempi di guerra” di Maria Rosaria Teni

Aprile si apre, come ogni anno, con la natura che ritorna a fiorire e con il riproporsi di simboli profondi del nostro vivere civile e spirituale. È il tempo della Pasqua, con il suo messaggio di rinascita; un tempo di passaggio, sospeso tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere costruito ed è il tempo del ricordo di una data che per l’Italia non è solo memoria, ma coscienza viva: la Festa della Liberazione. Il 25 aprile non è una ricorrenza da confinare nei libri di storia o nelle celebrazioni formali, ma un richiamo concreto ai valori di libertà, responsabilità e partecipazione civile. Due ricorrenze diverse, ma unite da un filo comune: la possibilità di ricominciare, anche se quest’anno, più che mai, questo proposito sembra scontrarsi con la realtà. Viviamo immersi in un tempo segnato da conflitti, tensioni e immagini di violenza che entrano ogni giorno nelle nostre case. La luce che vediamo non è solo quella della primavera, ma una luce che squarcia il cielo con esplosioni che colpiscono persone indifese. Bambini costretti a fuggire a piedi nudi, famiglie spezzate, vite sospese nella paura. Volti senza nome, perché la guerra ha anche questo potere: rendere anonimo il dolore, confondere le responsabilità, allontanare ciò che invece ci riguarda da vicino. In questo scenario, anche la Pasqua appare diversa, quasi una “Pasqua senza campane”, incapace di sovrastare il rumore delle armi. Le campane, simbolo di festa e resurrezione, appaiono quasi fuori luogo, anche se, paradossalmente, è proprio in questo silenzio forzato che il suo significato si fa più autentico e ci fa comprendere che non parliamo di una festa che ignora il dolore, che non cancella la sofferenza, ma ricorda che anche nella notte più fitta può esistere una possibilità di una luce che non distrugge, ma resiste. Una luce fragile, spesso silenziosa, che vive nei gesti di chi accoglie, di chi cura, di chi non si arrende all’indifferenza. In tempi come questi, parlare di rinascita può sembrare quasi una provocazione. Eppure è proprio questa la sfida: non permettere che la violenza diventi normalità, che il dolore degli altri si trasformi in abitudine. In questo scenario si inseriscono le sfide dell’attualità   e la Pasqua non è una festa “nonostante” la guerra, ma una domanda che la guerra rende ancora più urgente. Forse le campane oggi suonano più piano, o forse siamo noi a non riuscire più ad ascoltarle. Ma il loro significato resta: ricordarci che la vita, anche quando sembra sopraffatta, chiede di essere difesa. Sempre.
Sono gli stessi valori che stanno alla base di una data – il 25 aprile 1945 – che rappresenta un momento di rinascita e di vittoria della vita sulla morte, una data che non può essere soltanto una ricorrenza storica ma una memoria viva che continua a interrogarci. Oggi, a distanza di ottantuno anni dalla liberazione, il 25 aprile resta un punto di riferimento fondamentale, ma non più scontato. Le piazze si riempiono ancora, le istituzioni celebrano, le scuole raccontano. La libertà conquistata non è un’eredità immobile, ma una responsabilità quotidiana che va custodita, difesa e soprattutto vissuta ogni giorno, nelle scelte piccole e grandi. È nella capacità di dialogare, nel rispetto delle differenze, nell’impegno per una società più giusta che quella memoria trova il suo significato più autentico soprattutto in questo momento di divisioni e linguaggi sempre più duri, in cui il richiamo alla democrazia, al rispetto e alla partecipazione assume un valore ancora più urgente. Ricordare il 25 aprile significa interrogarsi sul presente. In Europa e nel mondo assistiamo al ritorno di conflitti, a tensioni geopolitiche, a un clima di crescente polarizzazione. La guerra, che per decenni era sembrata un ricordo lontano, è tornata a essere una presenza concreta nel dibattito quotidiano. Questo rende il significato del 25 aprile ancora più attuale: non solo celebrazione della libertà, ma monito sulla sua vulnerabilità. Ogni giorno emergono segnali che invitano alla riflessione: il confronto politico è spesso acceso, a tratti divisivo e il dialogo scivola facilmente nella contrapposizione. In questo contesto, i valori che il 25 aprile rappresenta – libertà, democrazia, partecipazione – non possono essere dati per acquisiti, ma vanno continuamente rinnovati.
Non si tratta di trasformare una ricorrenza storica in uno strumento di scontro, ma di riconoscerne la capacità di parlare al presente. Il 25 aprile ci ricorda che la democrazia nasce dal conflitto ma vive di equilibrio, che la libertà è una conquista collettiva e non un fatto individuale, che la memoria non è mai neutra, ma sempre responsabilità.
Quanto resta, allora, di questi simboli oggi? Resta ciò che siamo disposti a custodire. Resta nella memoria che non si spegne, nella consapevolezza di voler difendere la nostra democrazia, nella creazione di azioni quotidiane che lottano contro l’indifferenza, nel modo in cui abitiamo la nostra comunità, nel continuare a parlare di pace mentre la guerra infuria sospinta da ideologie insensate.

 

Per i morti della resistenza

Qui

vivono per sempre

gli occhi che furono chiusi alla luce

perché tutti

li avessero aperti

per sempre

alla luce.

 

Giuseppe Ungaretti

 

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PASQUA: UN PASSAGGIO UNIVERSALE – a cura di Ylenia Romerio

Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno“[1].

⸂ὁ δὲ Ἰησοῦς ἔλεγεν· Πάτερ, ἄφες αὐτοῖς, οὐ γὰρ οἴδασιν τί ποιοῦσιν.⸃ διαμεριζόμενοι δὲ τὰ ἱμάτια αὐτοῦ ἔβαλον ⸀κλήρους.[2]

“Abbā, šəḇaq ləhōn, dəlā yāḏ‘īn mā ʿāḇdīn.”[3]

 

Le parole pronunciate da Gesù sulla croce hanno un valore universale che attraversa il tempo, rendendole sempre più attuali.
La Pasqua rappresenta il passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla salvezza attraverso l’immolazione del Figlio di Dio, fatto uomo affinché Dio potesse farci capire l’importanza del suo comandamento più importante: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato,  così          amatevi anche voi  gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.[4]

Da fedeli, noi crediamo in Gesù Figlio di Dio, nel suo messaggio e nelle sue gesta, venuto sulla Terra per salvarci.
Molti non credenti invece, riconoscono solo un Gesù storico, una persona realmente esistita ma non come Figlio di Dio ma semplicemente un predicatore ebreo che visse agli inizi del I secolo nelle regioni della Palestina e crocifisso a Gerusalemme intorno all’anno 30 sotto il governo di Ponzio Pilato.
Ora, come afferma il famoso biblista cattolico amercicano Jhon Paul Meier, è necessario fare tre distinzioni: il “Gesù della fede” (ciò in cui i cristiani credono, Gesù il Figlio di Dio ed il Messia), il “Gesù storico” (ciò che gli studiosi riescono a ricostruire su Gesù, basandosi sulle fonti) e il “vero Gesù” (ciò che Gesù fu e fece).
Il primo punto vede Gesù come il Messia, inviato da Dio per salvare il popolo di Dio, inteso non solo come il popolo ebraico ma l’umanità intera.
Molti altri si attengono alla ricerca moderna sulla figura di Gesù, attraverso l’utilizzo multidisciplinare di metodologie antropologiche, sociali e letterarie, attraverso le quali si dà importanza all’ebraicità di Gesù che lo definiscono come un profeta apocalittico, poiché in quel periodo era molto enfatizzata l’escatologia ebraica; o come un guaritore carismatico, definito hasid, un appellativo onorifico ebraico che denota una persona eticamente giusta  e gentile come espressione esteriore dell’amore per Dio e per gli altri; o come un filosofo che a causa del suo messaggio di cambiamento radicale fu crocifisso perché minava le autorità ebraiche del suo tempo.
Punto terzo: cosa fece realmente Gesù? Predicò.
Ma qual era il suo messaggio radicale che intimoriva tanto le autorità ebraiche e romane del tempo o che tutt’ora rende difficile la comprensione della sua predicazione?
Ed ecco che ritorniamo al primo comandamento di Dio: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». E’ un comandamento strutturato morfologicamente non sul divieto (NON dire, NON fare) ma sull’apertura verso l’altro.
Gesù entrò a Gerusalemme a dorso di un asino e non di un cavallo, com’era tipico del tempo per una personalità importante o aristocratica.
L’asino simboleggia umiltà, pace, servizio e pazienza[5] esattamente quello che Gesù predicava al suo popolo. Egli non era un re sfarzoso o un guerriero venuto per portare giustizia attraverso la guerra ma un uomo per tanti e per altri il Messia che portava pace.
La predicazione del Regno di Dio, che tanto suscitò indignazione alle autorità del tempo e che purtroppo ancora oggi sembra essere una “favola” inventata tanto da suscitare scetticismo, si basa proprio sul concetto d’amore,  àgape o agàpe (in greco antico ἀγάπη, agápē, in latino caritas) significa amore disinteressato, immenso, smisurato.
Egli esortava al cambiamento, alla conversione del cuore e delle proprie abitudini verso la propensione al prossimo non più soggetto ai giudizi e alle critiche ma all’aiuto e alla comprensione.
Amate i vostri nemici”, dice il vangelo di Luca, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano” (6,27s). E Giovanni pone all’inizio dei capitoli dell’amore la lavanda dei piedi ed alla conclusione la morte di Gesù sulla croce. Di questo amore Gesù ci ha amato. Di questo amore ci ha reso capaci.
Ora, la domanda che pongo a tutti coloro che mettono in dubbio questi avvenimenti che nel tempo si tramandano. Quale uomo, in un periodo storico-sociale, in cui la misericordia non rappresentava un valore da applicare quotidianamente bensì si tendeva a giudicare, a castigare e a mandare a morte; avrebbe predicato un messaggio talmente controcorrente e rivoluzionario affinché l’uomo prendesse coscienza di sé per elevarsi a Dio? Quale uomo mai, consapevole dei rischi che correva predicando la conversione del cuore, avrebbe deciso di entrare a Gerusalemme e andare incontro alla morte?

Mi hanno odiato senza ragione”[6].
L’abbandono, il rinnegamento, il tradimento da parte di alcuni discepoli non sono stati per Gesù impedimenti ad amare, situazioni che “non gli hanno permesso di testimoniare l’amore del Padre. Al contrario, sono proprio queste circostanze che gli hanno permesso di amarci “fino alla fine” (13,1).
Personalmente credo che solo il Figlio di Dio, potesse tramite il suo esempio, farci comprendere che se anche nel mondo c’è odio, non è mai troppo tardi per convertirsi e perdonare.
E qualora, per far contenti coloro che invece non credono in Gesù Figlio di Dio, lo considerassimo semplicemente uno dei tanti predicatori del tempo, mi chiedo: perché la storia si ricorda solo di Lui? C’è, secondo me da considerare, che anche se fosse stato solo un uomo, il suo messaggio rimane qualcosa di straordinariamente rivoluzionario nella vita di ogni singola persona perché amarsi gli uni con gli altri rappresenta la massima operativà  umana che dovrebbe andare oltre ogni forma di odio, incomprensione ed ingiustizia.
Il mio pensiero va al tragico conflitto tra Palestina ed Israele, luoghi di un significato particolare se li inseriamo in questa riflessione teologica alla vigilia della Pasqua cristiana e capisco più che mai l’esortazione di Gesù Cristo verso il Padre affinché possa perdonare coloro che ancora oggi non sanno quel che fanno.
Il messaggio  d’Amore fraterno e di salvezza di Gesù attraversa il tempo e coinvolge in maniera differenti le nostre vite, allora continuo a chiedermi perché ancora oggi l’umanità non riesce a cambiare mentalità e a trasformarsi in portatrice di pace anziché di guerra? In portatrice di Dio!

Ylenia Romerio

 

[1] Luca 23,34.

[2] NT GRECO.

[3] Aramaico ricostruito basato su studi linguistici, non identico a una fonte antica unica.

[4] Giovanni 13:34-35

[5] Zaccaria 9,9.

[6] Giovanni 15,25.

Raffaello Sanzio, (Urbino 1483 – Rome 1520) Trasfigurazione

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“Aprile” di Anna Frank

Il Diario di Anna Frank viene scritto in un arco temporale preciso, che va dal 12 giugno 1942 al 1º agosto 1944. Non è un racconto costruito a posteriori, ma una scrittura che cresce giorno dopo giorno dentro l’esperienza. In “Aprile”, come in molti passaggi del diario di quel periodo, emerge una sorta di panteismo: l’idea che Dio o il sacro si manifestino direttamente nella natura.Pur guardando il mondo da una piccola fessura,  la sua poesia non è claustrofobica e ha la capacità di ribaltare la situazione: non è lei a essere chiusa fuori dal mondo, ma è il mondo (con le sue guerre e il suo odio) a essere piccolo rispetto all’immensità del cielo che lei descrive. Nella lirica accosta continuamente concetti opposti per sottolineare la sua condizione, con antitesi incisive, con metafore, anafore e personificazioni,  dimostrando che l’uso di queste figure retoriche era, in parte, una scelta stilistica consapevole nell’intento che la sua voce avesse un impatto letterario, non solo documentaristico.

Prova anche tu,
una volta che ti senti solo
o infelice o triste,
a guardare fuori dalla soffitta
quando il tempo è così bello.

Non le case o i tetti, ma il cielo.

Finché potrai guardare
il cielo senza timori,
sarai sicuro
di essere puro dentro
e tornerai
ad essere felice.

Anna Frank

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“Beyond the Binary. Connecting Medical Humanities and Healthcare for Inclusive Transgender and Gender Diverse Experience” di Davide Costa– “Letture indipendenti – Segnalazioni”

Beyond the Binary. Connecting Medical Humanities and Healthcare for Inclusive Transgender and Gender Diverse Experience (Tab Edizioni, 2025),

Oltre gli schemi: una sanità inclusiva per identità transgender e di genere diverso. Il nuovo saggio di Davide Costa (Tab Edizioni, 2025) disponibile in libreria e online.

Nel panorama contemporaneo delle scienze sociali, il nuovo saggio di Davide Costa, Beyond the Binary. Connecting Medical Humanities and Healthcare for Inclusive Transgender and Gender Diverse Experience (Tab Edizioni, 2025), rappresenta un contributo innovativo e di ampio respiro sul tema dell’inclusione sanitaria delle persone transgender e di genere diverso (TGD).
Si tratta del quarto saggio di Costa, ma è il primo in inglese. Il volume sarà indicizzato entro sei mesi su Scopus, una delle principali banche dati bibliografiche internazionali che raccoglie articoli e monografie scientifiche peer-reviewed. Essere indicizzati su Scopus significa che il saggio sarà riconosciuto e accessibile dalla comunità scientifica globale, garantendo visibilità e riconoscimento accademico dei contenuti.
Il saggio — sottoposto a procedura di revisione scientifica “double blind peer review”, ovvero una valutazione in cui né l’autore né i revisori conoscono reciprocamente la propria identità, garanzia di rigore e imparzialità — esplora come i sistemi sanitari, a livello globale e nazionale, riconoscano, gestiscano o talvolta marginalizzino le identità di genere non conformi.
Articolato in sei capitoli, il lavoro intreccia approcci teorici e analisi empiriche, adottando una prospettiva multidisciplinare che include sociologia, antropologia medica, studi di genere, sanità pubblica e humanities mediche. Costa impiega tutte le principali metodologie di ricerca – teorico-analitica, quantitativa, qualitativa e visuale – per restituire una visione complessa e stratificata dell’esperienza TGD nella sanità contemporanea.
Tra i temi affrontati: le forme di capitale sociale e le “famiglie scelte” come risorsa di resilienza, le barriere strutturali e istituzionali all’accesso ai servizi sanitari, la percezione e la formazione del personale medico, e il ruolo delle narrazioni visive nel riconoscimento delle identità.
Il saggio è arricchito da una prefazione del Prof. Raffaele Serra dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, che inquadra l’opera nel dibattito internazionale delle medical humanities, e da una galleria fotografica a cura della Dott.ssa Anna Rotundo, che attraverso la fotografia restituisce dignità e presenza alle voci delle persone TGD.
Disponibile nelle principali librerie online e fisicheBeyond the Binary coniuga rigore scientifico e sensibilità umana, costituendosi come contributo accademico e chiamata all’azione: superare l’inclusione formale per costruire una sanità fondata su equità, dignità e diritti umani.

Focus sull’autore

Davide Costa è sociologo, antropologo della medicina e criminologo. È assegnista di ricerca presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro. I suoi interessi di ricerca includono sanità, politiche sanitarie, genere, malattie croniche, devianza, etnomedicina, manicomi, storia della medicina, medicina narrativa ed etnografia. Membro dell’editorial board di riviste scientifiche internazionali, è autore di oltre 80 pubblicazioni accademiche e di quattro saggi: Mangiare da matti (Progetto 2000, 2022), Cannibalismo, questioni di genere e serialità (Tab Edizioni, 2023), Il male velato. Società, medicina, culti (Tab Edizioni, 2024) e il nuovo Beyond the Binary (Tab Edizioni, 2025). Le sue opere hanno ricevuto riconoscimenti e premi in ambito accademico e culturale, in particolare per l’innovatività metodologica e l’impatto interdisciplinare dei suoi studi.

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“I LIBRI DI CULTURA OLTRE”: Incontro con Silvio Valdevit Lovriha – a cura di Maria Rosaria Teni

Per la Collana letteraria “I LIBRI DI CULTURA OLTRE”, ospitiamo oggi Silvio Valdevit Lovriha con un’intervista che è occasione di incontro con  un autore impegnato e  amante della poesia, presente nella Collana con l’ultima opera poetica  “Il ventaglio”, Prefazione Maria Rosaria Teni, edita a gennaio 2026. Si parla di una raccolta che apre una finestra e lascia entrare uno spiraglio di luce sulla nostra realtà complessa e travagliata. Nelle sue pagine, che si schiudono proprio come un ventaglio, prende forma un affresco di storie, un caleidoscopio di emozioni e stati d’animo che coinvolgono sin dalle prime pagine e conducono il lettore ad una riflessione immediata e consapevole sulla condizione della convivenza tra esseri umani. Un libro di poesie e prose, un diario o una cronaca di sentimenti, tante le definizioni che servono a spiegare l’opera di Silvio Valdevit Lovriha, meritevole di grande attenzione anche per lo stile e l’abile segmentazione delle varie strutture linguistiche, tra cui l’adozione del vernacolo.
In questo incontro vorrei che i lettori potessero conoscere meglio il nostro autore e, nel caso volessero intervenire con commenti o approfondimenti, si invitano a scrivere al seguente indirizzo: cultura.oltre@libero.it

D.: come è nata la decisione di scrivere una silloge poetica?

Alcuni conoscenti leggendo qualche mia poesia mi andavano chiedendo perché non ne facessi un libretto, per evitare che andassero disperse, per essere portate a conoscenza di altre persone.

D.: una domanda, all’apparenza forse un po’ retorica, che cos’è la poesia per lei?

Scrivere poesia per me rappresenta spesso a fermare una intuizione, una situazione, un particolare, magari minore, ma che esiste. A volte per valorizzare oggetti quotidiani elementari, una gomma, una matita, una sveglia che emette un suono, il caffè  che borbotta, rapporti tra le persone di una volta e che adesso mancano.

D.: Chi è e perché scrive poesie e in quale occasione e a quale età ha scritto la sua prima poesia?

Dopo una vita da sindacalista, una volta andato in pensione, mi sono dedicato maggiormente a scrivere  poesie e brevi racconti dell’esperienza vissuta a contatto con il mondo del lavoro, anche perché non andassero disperse certe storie. La mia poesia iniziale è stata certamente quella costruita per la mia prima dei cinque pronipoti. Ogni tanto mi capitava di leggere quelle di Gianni Rodari e così un giorno, lei aveva circa tre anni, le inventai e le recitai quella che iniziava con “C’era una volta un cane-che sbucciava le banane-a guardarlo c’era un gatto-che rideva come un matto…” Ogni volta me la chiedeva, se la rideva, poi a suo fratello  la ripeteva.  Poi ho continuato inventandone altre e, intanto,  io ci ho preso gusto. Altre per i bimbi ma poi anche per gli adulti. Al tempo del dramma del Covid ne scrissi alcune. Ad esempio “Coronavirus” in dialetto veneto  “un infermier me ha dita....te tocca a ti de andar, sen restadi senza macchine par respirar…sarà un bel funeral- senza tanta confusion, manco mal”.Alcune per rimarcare cose antiche quali “Le pastine nelle vetrine”, il Cinema pieno di militari quando ancora si fumava, “Gino delle medaglie” che annotava la sigla delle prime auto che circolavano, l’andare con la nonna al fiume con la carriola colma di biancheria da lavare..
Via via ho poi sentito il bisogno di parlare dei problemi sociali e allora per il dramma emigrazione quella “Lacerati” che si conclude “..lo spirito, ciò che più vale,-è restato nel loro paese natale”. Contro il nazifascismo con le poesie “Shoah”, “Babij Jar”; contro la guerra “Onore ai suoi versi”, “Pace non guerra”, “Dolori atroci delle mamme”, “Gaza amata, sterminata”. Molto sentite quelle per la libertà di stampa e di espressione, contro lo stalinismo vecchio e odierno:la poesia ricordo della coraggiosa giornalista “Anna Politkovskaia” e quella per “Elena Milaschina”. Quella per “Holodomor” tragedia immane. Altre poesie sono state dedicate alla mia città natale Trieste, quella sulle “Erte” reticolo di vie, “Giotti e la sua Trieste”, “Per far godere gli occhi” sul Castello di Miramare in dialetto triestino. Tante anche quelle dedicate alla natura, a persone, all’ambiente: caprioli, salamandre, lupi, ricci, bosco, piante, poeti Tavan, Marchesin, Pasolini. Insomma molteplici i temi spuntati fuori e da qui la decisione di intitolare questa silloge “Il Ventaglio”, che è inserita nella Collana letteraria Cultura Oltre.

D.: Generalmente quando si scrive è anche per il bisogno di comunicare con gli altri, quasi si senta la necessità di inviare un messaggio. Qual è il messaggio che vuole comunicare attraverso i suoi scritti?

Il messaggio è quello di apprezzare quello che abbiamo intorno a noi, cercando di preservarlo e migliorarlo per le nuove generazioni.

D.:  Ci sono dei modelli culturali a cui fa riferimento nella sua scrittura? Ha in mente un poeta o scrittore che le piace in particolar modo e l’ha influenzata nello scrivere e nella ricerca stilistica?

In particolare, amo i poeti del mio territorio:  Saba-Pasolini, i dialettali Virgilio Giotti, Federico Tavan di Andreis e il gradese Biagio Marin.

D.: Secondo la sua esperienza quale elemento distingue la poesia dalle altre forme di comunicazione mass-mediatiche e quali le caratteristiche che sono proprie della poesia e non si ritrovano in nessun altro tipo di linguaggio?

Penso che in questo brutto momento che stiamo attraversando le poesie, assieme ad altro ovviamente, possano portare aria fresca e pulita, speranza per il futuro.

D.:  perché secondo lei, un lettore dovrebbe leggere il suo libro e quali sono i punti fondamentali che restano impressi dopo la lettura?

Se questa silloge viene letta mi fa naturalmente piacere. Sopratutto sarei grato ricevere pareri, osservazioni critiche, suggerimenti costruttivi. Sarebbe bello migliorare, continuamente, procedere lentamente, come fanno lumache e formiche che ammiro tanto.

Silvio Valdevit Lovriha

Silvio Valdevit Lovriha è nato a Trieste nel 1939  Dopo aver fatto l’operaio e il sindacalista, anche nella Fiom-Cgil nazionale, attualmente è pensionato e coltiva l’amore per la scrittura e la poesia. Ha all’attivo la pubblicazione di due libri di poesie: “La lumaca”- Ed. Il Convivio e “Poesie sociali e politiche”- Ed. Alba. “Il ventaglio” è la sua terza silloge poetica, fresca di stampa. Suoi scritti sono presenti su testate nazionali e locali, cartaceee e online, non ché su riviste quali “Il Convivio” e “Cultura Oltre” e nelle antologie”Poesie d’amore” e “Versi di pace”. È sposato con Gigliola dal 1961 e ha due figli, quattro nipoti e cinque pronipoti.  Risiede a San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone.

Ricordiamo ai nostri lettori che il libro di Silvio Valdevit Lovriha può essere richiesto anche tramite la nostra rivista, scrivendo all’indirizzo: cultura.oltre@libero.it
L’autore provvederà all’invio del libro secondo le modalità che saranno indicate nella mail

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“A proposito di donne” -Regala un vero sorriso a una donna- di Lucia Brescia

Donna, non smettere mai
di rincorrere i tuoi sogni,
così che in ogni raggio di luce
tu possa immaginare nuovi tramonti.

Ascolta il respiro della vita
che sfiora i tuoi pensieri,
che non fuggono via come il vento.
Custodiscili dentro di te,
falli fiorire
come fiori di speranza.

Tu, uomo, sii come un uccello
che libero svolazza,
ma sa posarsi
sui cespugli più fioriti.

Amala, desiderala, riconoscila
nella sua autentica bellezza:
è come oro nelle tue mani.

Regala un vero sorriso a una donna
ed ella conquisterà il tuo sguardo
e per sempre svelerà
l’essenza dell’essere donna.

Brescia Lucia

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IL PUNTO DI VISTA – La diversa valutazione della salute delle donne – di Mariantonietta Valzano:

Qualche giorno fa Giorgia Soleri in una intervista a Vanity Fair ha dichiarato che avrebbe voluto vivere in un mondo dove per avere la diagnosi di endometriosi non ci volevano dieci anni, aggiungo io probabilmente tante visite e domande inutili sulla salute psicologica presunta non adeguata, visto che di solito le donne quando lamentano un dolore vengono subito apostrofate con “forse è lo stress” “magari sei preoccupata” “forse sarebbe meglio uno psicologo”. Se vi chiedete se stia parlando per esperienza personale …ni. Nel senso che un paio di volte per altro tipo di patologia si mi è capitato, ma si è risolto con la giusta diagnosi in breve tempo, però ho testimonianze di tante persone che purtroppo si sono ritrovate nella stessa condizione della Soleri e non sono state “credute” per anni. Spesso è capitato in particolari situazione: se il dolore riguardava la vita sessuale si sono fatte illazioni di esaurimento. Tuttavia, anche con patologia artrosiche o fibromialgiche ci sono donne che sono state sottoposte alla stessa retorica.

Tutte le donne?
Ovviamente no. Ma dobbiamo tenere presente che sicuramente la percentuale è consistente e che solo negli ultimi anni si sono, in qualche caso avviate procedure più specifiche per la tutela della salute delle donne.
Perché parlo nello specifico della salute femminile e non in generale?
Diagnosi tardive, interventi incompleti, dolore ignorato, sofferenza accumulata e in molti casi nascosta anche in rapporti con il partner, dandosi colpe che non c’erano non ci sono mai state. Questa è stata la situazione in cui per decenni l’endometriosi è stata etichettata come “la malattia invisibile”, invece è una condizione che colpisce milioni di donne in tutto il mondo, in modo trasversale dalla condizione socioeconomica, segnando pesantemente la loro vita personale, lavorativa, affettiva e sessuale. L’endometriosi non è una malattia rara, eppure per troppo tempo è stata ai margini, nascosta quasi all’attenzione medica e sociale, quasi fosse una etichettatura di sottostimato valore intrinseco della patologia. Negli ultimi tempi qualcosa sta finalmente cambiando, ne è la dimostrazione che la malattia ha un suo giorno sul calendario, il 28 marzo, grazie alla Giornata Mondiale dell’Endometriosi, sperando che accendendo i riflettori mediatici su questa patologia si possa portare informazione, consapevolezza e, soprattutto, la speranza che sempre più donne riescano ad arrivare a una diagnosi e a un trattamento adeguato in tempi ragionevoli senza più stigmatizzazioni.

Valore fattivo ed effettivo umano e sociale
Perché ovviamene fisiologicamente siamo diversi e diverse sono le patologie specifiche che in molti casi sono invalidanti e per cultura o per antonomasia, si è sempre stati riferiti come soggetti generici in un modello maschile di salute, che resta inadeguato. Infatti, tutti gli studi clinici in passato sono stati condotti solo su pazienti di sesso maschile fino al 1993 di prassi, tanto in Italia e in Europa quanto negli Stati Uniti. Addirittura, negli USA nel 1977 la partecipazione delle donne ai trials era stata esplicitamente proibita dalla FDA (Food & Drug Administration)  con motivazioni addotte quanto mai retoriche e miopi in merito principalmente la necessità di proteggere la fertilità femminile, quindi per non mettere in pericolo possibili gravidanze in essere o future ( sinceramente non ne comprendo il significato ma questo ho trovato nelle mie ricerche).
Le cose intanto sono cambiate e si stanno evolvendo sicuramente verso un ecumenismo sanitario, ma non ancora in modo radicale, Infatti  ad oggi le donne sono incluse negli studi ma in percentuali che risultano essere troppo ridotte rispetto a risultati che possano realmente essere coerenti e significativi. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, ad esempio, le donne che partecipano agli studi clinici rappresentano solo il 20/25% dei soggetti che sono coinvolti nelle sperimentazioni relative alla sicurezza dei nuovi farmaci, nonostante le evidenze scientifiche confermino quanto l’assorbimento e l’efficacia di una terapia siano condizionati da parametri che differiscono tra uomo e donna per la diversa composizione corporea, peso, sistema endocrino, metabolismo.  

Dolore cronico e gender bias c’è correlazione?
Culturalmente permane l’idea che gli uomini gestiscano meglio il dolore e che le donne tendano a “esagerare” o quanto meno ad amplificare la portata reale delle sensazioni avvertite. Questa convinzione è stata dimostrata da uno studio scientifico condotto dall’Università di Miami e pubblicato sul Journal of Pain. Attraverso una serie di test si è cercato di quantificare il peso del genere nella valutazione del dolore altrui, da cui si sono raccolti esiti poco confortanti in quanto evidenziano come le donne siano state giudicate meno sofferenti rispetto agli uomini e soprattutto bisognose più di un approccio psicoterapeutico piuttosto medico. 
Diversi altri studi condotti nel Regno Unito hanno comprovato che esiste una certa “difficoltà” del personale sanitario nel valutare con in modo oggettivo l’effettivo dolore femminile. In intervento sanitario al pronto soccorso si stima che le donne attendano molto di più degli uomini, ricevendo prescrizioni di antidolorifici oppioidi con maggior difficoltà e vengano spesso identificate come pazienti psichiatriche. Non è né saggio né coerente con i principi della medicina continuare a derubricare i sintomi riportati dalle pazienti donne a psicosomatici, causando una mancanza di esami diagnostici di approfondimento che in molti casi potrebbero fare la differenza tra intercettare una patologia in stadio precoce e scoprirla tardivamente, quando non si può più intervenire in modo adeguato. 
È il caso di molte patologie connotate dal dolore cronico e riguardanti principalmente le donne come appunto l’endometriosi (per chi non ne fosse a conoscenza è un processo infiammatorio causato dalla crescita del tessuto endometriale in sede extra-uterina che si manifesta principalmente attraverso dolori di varia natura come dolori mestruali, sessuali, pelvici). Sebbene colpisca circa il 10/15% delle donne in età riproduttiva, il ritardo diagnostico stimato per questa malattia è di 7 anni in media dai dati statistici, ma come abbiamo intuito dall’intervista della Influencer Giorgia Soleri in alcuni casi ci vuole più tempo.

Altrettanto complesso risulta il riconoscimento precoce della fibromialgia, patologia che è caratterizzata da dolori muscolo-scheletrici diffusi, che inducono stanchezza, confusione e disturbi del sonno. Risulta essere una tra le sindromi reumatologiche più frequenti e colpisce quasi quattro milioni di persone, di cui il 90% è composto da donne e, nonostante ciò, la diagnosi definitiva può arrivare anche dopo anni. 
Idem per molte altre malattie, alcune esclusivamente femminili come la vulvodinia, che interessa il 15% delle donne, ma che ad oggi non è ancora riconosciuta dal SSN (assurdo). Invece per altre che sono indipendenti dal genere come il morbo di Chron, la cui diagnosi è differenziata nel tempo e richiede 12 mesi per gli uomini e 20 per le donne, secondo un’indagine Eurordis e per le patologie cardiovascolari, ritenute erroneamente più frequenti negli uomini vi è ancora un gap diagnostico che non ne giustifica il ritardo, visto che con il sopraggiungere della menopausa e il venir meno dell’effetto protettivo degli ormoni femminili, il rischio di infarto diventa rilevante anche per le donne, al tal punto da essere la prima causa di morte. Intercettare in tempo l’evento cardiaco diventa più complesso poiché i sintomi femminili possono differire da quelli maschili ed essere ancora una volta confusi con quelli dell’area psicologica, come l’ansia. 

Mariantonietta Valzano

 

In attesa che il gender bias lasci il posto ad una medicina più inclusiva, tutto ciò che le donne possono fare è continuare ad ascoltare il proprio corpo e non mettere da parte le proprie sensazioni, fermo restando che una convivenza tra uomo e donna in cui non vi sia solo una coabitazione ma una condivisione, una accettazione e accoglienza empatica perché siamo tutti preziosi e speciali, unici e allo stesso tempo importanti, dove comportare che ciò non sia mera retorica ma un fatto significativo.

Siamo sempre noi che, come società, ci muoviamo anche all’interno dello stato di saluto generale e siamo noi che con le nostre richieste dobbiamo smuovere determinare un cambiamento, che se non arriva dai vertici istituzionali deve comunque scaturire dal basso: da noi tutti uomini e donne in una simbiosi imprescindibile.

 

 

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