“Pasqua e 25 aprile: cosa resta della rinascita in tempi di guerra” di Maria Rosaria Teni

Aprile si apre, come ogni anno, con la natura che ritorna a fiorire e con il riproporsi di simboli profondi del nostro vivere civile e spirituale. È il tempo della Pasqua, con il suo messaggio di rinascita; un tempo di passaggio, sospeso tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere costruito ed è il tempo del ricordo di una data che per l’Italia non è solo memoria, ma coscienza viva: la Festa della Liberazione. Il 25 aprile non è una ricorrenza da confinare nei libri di storia o nelle celebrazioni formali, ma un richiamo concreto ai valori di libertà, responsabilità e partecipazione civile. Due ricorrenze diverse, ma unite da un filo comune: la possibilità di ricominciare, anche se quest’anno, più che mai, questo proposito sembra scontrarsi con la realtà. Viviamo immersi in un tempo segnato da conflitti, tensioni e immagini di violenza che entrano ogni giorno nelle nostre case. La luce che vediamo non è solo quella della primavera, ma una luce che squarcia il cielo con esplosioni che colpiscono persone indifese. Bambini costretti a fuggire a piedi nudi, famiglie spezzate, vite sospese nella paura. Volti senza nome, perché la guerra ha anche questo potere: rendere anonimo il dolore, confondere le responsabilità, allontanare ciò che invece ci riguarda da vicino. In questo scenario, anche la Pasqua appare diversa, quasi una “Pasqua senza campane”, incapace di sovrastare il rumore delle armi. Le campane, simbolo di festa e resurrezione, appaiono quasi fuori luogo, anche se, paradossalmente, è proprio in questo silenzio forzato che il suo significato si fa più autentico e ci fa comprendere che non parliamo di una festa che ignora il dolore, che non cancella la sofferenza, ma ricorda che anche nella notte più fitta può esistere una possibilità di una luce che non distrugge, ma resiste. Una luce fragile, spesso silenziosa, che vive nei gesti di chi accoglie, di chi cura, di chi non si arrende all’indifferenza. In tempi come questi, parlare di rinascita può sembrare quasi una provocazione. Eppure è proprio questa la sfida: non permettere che la violenza diventi normalità, che il dolore degli altri si trasformi in abitudine. In questo scenario si inseriscono le sfide dell’attualità   e la Pasqua non è una festa “nonostante” la guerra, ma una domanda che la guerra rende ancora più urgente. Forse le campane oggi suonano più piano, o forse siamo noi a non riuscire più ad ascoltarle. Ma il loro significato resta: ricordarci che la vita, anche quando sembra sopraffatta, chiede di essere difesa. Sempre.
Sono gli stessi valori che stanno alla base di una data – il 25 aprile 1945 – che rappresenta un momento di rinascita e di vittoria della vita sulla morte, una data che non può essere soltanto una ricorrenza storica ma una memoria viva che continua a interrogarci. Oggi, a distanza di ottantuno anni dalla liberazione, il 25 aprile resta un punto di riferimento fondamentale, ma non più scontato. Le piazze si riempiono ancora, le istituzioni celebrano, le scuole raccontano. La libertà conquistata non è un’eredità immobile, ma una responsabilità quotidiana che va custodita, difesa e soprattutto vissuta ogni giorno, nelle scelte piccole e grandi. È nella capacità di dialogare, nel rispetto delle differenze, nell’impegno per una società più giusta che quella memoria trova il suo significato più autentico soprattutto in questo momento di divisioni e linguaggi sempre più duri, in cui il richiamo alla democrazia, al rispetto e alla partecipazione assume un valore ancora più urgente. Ricordare il 25 aprile significa interrogarsi sul presente. In Europa e nel mondo assistiamo al ritorno di conflitti, a tensioni geopolitiche, a un clima di crescente polarizzazione. La guerra, che per decenni era sembrata un ricordo lontano, è tornata a essere una presenza concreta nel dibattito quotidiano. Questo rende il significato del 25 aprile ancora più attuale: non solo celebrazione della libertà, ma monito sulla sua vulnerabilità. Ogni giorno emergono segnali che invitano alla riflessione: il confronto politico è spesso acceso, a tratti divisivo e il dialogo scivola facilmente nella contrapposizione. In questo contesto, i valori che il 25 aprile rappresenta – libertà, democrazia, partecipazione – non possono essere dati per acquisiti, ma vanno continuamente rinnovati.
Non si tratta di trasformare una ricorrenza storica in uno strumento di scontro, ma di riconoscerne la capacità di parlare al presente. Il 25 aprile ci ricorda che la democrazia nasce dal conflitto ma vive di equilibrio, che la libertà è una conquista collettiva e non un fatto individuale, che la memoria non è mai neutra, ma sempre responsabilità.
Quanto resta, allora, di questi simboli oggi? Resta ciò che siamo disposti a custodire. Resta nella memoria che non si spegne, nella consapevolezza di voler difendere la nostra democrazia, nella creazione di azioni quotidiane che lottano contro l’indifferenza, nel modo in cui abitiamo la nostra comunità, nel continuare a parlare di pace mentre la guerra infuria sospinta da ideologie insensate.

 

Per i morti della resistenza

Qui

vivono per sempre

gli occhi che furono chiusi alla luce

perché tutti

li avessero aperti

per sempre

alla luce.

 

Giuseppe Ungaretti

 

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Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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